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venerdì 28 gennaio 2011

Il Milocca di Nino Barraco: benedetta sciroccata!

Niente da fare, il vino è anche questione di culo (e perdonatemi il francesismo, ché non credo ci sia altra espressione più pregnante). Nel senso buono, s'intende. Perché certamente occorrono passione e competenze, rispetto e lavoro serio in vigna. Ma ci vuole anche fortuna, appunto: l'andamento climatico di un'annata non dipende dall'uomo.

Si rifletteva, così, agli sgoccioli di una serata. E si parlava dell'emozione di poter assaporare un vino così com'è, con i suoi pregi e i suoi difetti; di quanto incida l'imprevidibilità delle stagioni e di quanto sia bello poter cogliere le differenze tra le diverse annate di uno stesso vino, quando - invece - il mercato fatica spesso e volentieri ad accettarle, spingendo per l'omologazione.

Fortuna iuvat audaces, dicevano. E Nino ha avuto il merito di prendere la palla al balzo, vinificando ugualmente i grappoli di nero d'avola asciugati da un'inaspettata e forte sciroccata. Così è nato Milocca, vino da tavola rosso da uve stramature, come recita la contro-etichetta. Annata non riportata (2006) perché è appunto vino da tavola e non si può; ancor più che diversa da ogni altra: unica. Almeno fino ad oggi.

Milocca, il vino da tavola da uve stramature di Nino Barraco
Colore tra il rubino e il granato nel bicchiere, leggermente velato e nemmeno lontanamente limpido (non filtrato/non chiarificato, dice ancora la contro-etichetta). Profumi assolutamente caldi, eleganti e sempre ben riconducibili ai varietali del vitigno. Le olive in salamoia, per dire; poi il cappero, il gelso e i piccoli frutti neri, la liquirizia, il rabarbaro. Un particolarissimo sentore ematico, direi quasi ereticamente di ketchup.

Stupisce in bocca per come le stesse sensazioni nel bicchiere sappiano tornare e ritornare, con costanza. Gli manca un po' di freschezza, quello sì; che di sicuro aiuterebbe (e non poco) a reggere l'urto dei 16 gradi e passa dichiarati e del tannino. Sorso tra il dolce e il non dolce, rassicurante e al tempo stesso spavaldo.

In un parola: bello. Così è (se vi pare).

giovedì 10 giugno 2010

Dal Vinitaly secondo me... Caravaglio e Girolamo Russo

Vinitaly 2010. Lunch time: un panino al volo, di quelli che è #megliochenondicoaltro. Poi, di nuovo assaggi a ruota libera: Ecco il resoconto di una rapida puntatina nel padiglione Sicilia.

Niente male i vini di Caravaglio, piccola azienda a conduzione biologica in quel di Malfa (uno dei tre comuni dell'isola di Salina) e dedita anche alla coltivazione dei pregiati capperi, oggi presidio Slow Food.
Il Salina Rosso 2008 (€ 6) - da uve corinto nero (60%) e nero d'avola (40%) - profuma di frutta rossa e di spezie, di amarena e di rosa canina. In bocca è secco e ricco, i tredici gradi di alcool danno calore ed equilibrio al sorso che già si pregia di un tannino ben calibrato e del giusto corredo di freschezza e mineralità. Più o meno 15mila le bottiglie prodotte.


La Malvasia delle Lipari 2008 (€ 20) ha un affascinante colore oro antico dovuto all'appassimento delle uve sui graticci per circa dieci giorni e alla tradizionale presenza nell'uvaggio del 5% di corinto nero. Il punto di forza sta nella devota aderenza al terroir di provenienza con la salinità che contrasta la beva, altrimenti a forte rischio appiattimento viste le notevoli sensazioni zuccherine. Una bella bevuta, altroché, agile, non banale e di grande eleganza; delicatissimo il naso, bello, giocato su sfumature di albicocca e di miele. Il problema è che le bottiglie sono pochine, 9mila, boccia in più boccia in meno.

Buoni buoni anche gli Etna Rosso di Girolamo Russo. Della piccola azienda di Passopisciaro (versante nord del vulcano), in realtà, mi sono piaciuti l' A' Rina 2007 (€ 14) e - assai - il San Lorenzo 2007 (€ 25); un po' meno, sinceramente, il Feudo 2007 (€ 25).
Il primo - ottenuto in prevalenza da uve di nerello mascalese (più una piccola percentuale di nerello cappuccio) provenienti da viti vecche di sessant'anni sparse per le contrade di Randazzo - deve il nome al termine dialettale con cui da quelle parti ci si riferisce alla sabbia. Frutta rossa, legna arsa e dolci spezie: questo il naso. Caldo e secco, lineare e pulito, invece, in bocca. Ha dalla sua un buon equilibrio e un'ottima rispondenza gusto-olfattiva.


Il San Lorenzo 2007 (nella foto sopra, l'etichetta) - medesimo uvaggio del primo - è invece ottenuto con le uve del vigneto ottantenario nell'omonima contrada del paesotto di Randazzo. Ben diverso l'approccio: un primo naso più ermetico, giocato su toni più austeri di frutta rossa, e una maggiore mineralità, privilegio di un terroir a settecentocinquanta metri di altitudine sul livello del mare. Sorso appagante, terroso, bello caldo, anche stavolta eccezionalmente coerente con le sensazioni olfattive.




[Entrambe le foto sono tratte da internet]