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martedì 4 maggio 2010

"Caduta libera" di 'Sterpi' dei Vigneti Walter Massa

Se non avessi saputo chi era avrei potuto tranquillamente scambiarlo per un volto nuovo di Zelig. E non venite a parlarmi di effetti del vino… E va bene che, parole sue, «io il vino non lo sputo e mi sono pure portato l’autista»… ma la serata, vi assicuro, non era ancora cominciata.


Oltre che talentuoso intrattenitore di spirito e valido «dipendente del Ministero della Cultura e giardiniere del Ministero del Turismo, perché senza vigne il turismo in Italia andrebbe a picco» Walter Massa è un grande comunicatore. Dei suoi vini. E prima ancora del territorio, di quei Colli Tortonesi che grazie soprattutto al «signor timorasso» hanno conosciuto una vera e propria rinascita, testimoniata anche dall’aumento della superficie vitata, passata dai 3 ettari del 2000 (nda, di cui 1 ettaro e mezzo suo, in quel di Monleale) agli oltre 50 di oggi.

Lui nel timorasso ci crede e chi ha creduto, recuperandolo quando i più lo spiantavano perché poco produttivo e complicato da curare in vigna. Tant’è che oggi lo propone in 3 versioni: un vino del territorio (il “Derthona”) e due crus, il celebrato “Costa del Vento” e lo “Sterpi”. Tutti e tre in uscita dopo 13 mesi di pit-stop in cantina, con lo stesso procedimento di vinificazione messo a punto nel 1995 dopo anni di sperimentazioni, insieme con Andrea Mutti (altro produttore storico della zona), che mira a privilegiare i profumi di evoluzione. «L’effetto “Parietti” – dice Walter – non va mica bene».


Proprio lo "Sterpi", così chiamato dal nome della vigna dove un tempo c’erano solo “sterpaglie”, è stato il protagonista assoluto della verticale, o per dirla alla maniera di Walter, della «caduta libera» del 17 marzo scorsa organizzata dal Club Gavi Amici del Vino di Settimo Milanese. Un’occasione storica, di quelle toste. E non solo perché in degustazione c’erano tutte le annate prodotte, dalla prima (l’esordio del 2004) all’ultima in commercio (il 2007). Ma anche perché la metà delle bottiglie del millesimo 2007 in degustazione presentavano un tappo sintetico «supercostoso e supertecnologico» ( il Guala Seal Élite prodotto dalla Guala Seals di Alessandria), già utilizzato per l’intera produzione di “Derthona” 2008, invece che quello tradizionale di sughero.

Ecco gli assaggi:

"Derthona" 2008
Chi pensava di avere nel calice una semplice comparsa si sbagliava di grosso. Ha stoffa, soprattutto al naso. È un piacere berlo di lì a quasi due ore e accorgersi dell’evoluzione dei suoi profumi: le note di agrumi e di fiori si fanno via via più sfumate e lasciano la scena ai toni erbacei e minerali che domineranno poi anche il lungo finale di bocca. Sorso secco, di chiara impronta salina, potente, almeno quanto lo è stata l’annata in vigna (dove si è diradato meno del solito). Darà grandi soddisfazioni, ne riparleremo tra qualche anno…
Il tappo è sintetico. Occhio alla contro-etichetta: “1700 il contenitore si è evoluto dalla terracotta al vetro, 2000 il tappo evolve dal rischio naturale a naturale certezza”.


"Sterpi" 2007
I riflessi del giallo paglierino sono più accesi; e pure i profumi iniziali. La calda annata in vigna si traduce in sensazioni di frutta più incisive e succose, arricchite da quei sentori idrocarburici e, direi, resinosi che sono nel dna del vitigno. Al palato è più che caldo (15.2%), sempre contraddistinto da un ingresso morbido, quasi burroso. La beva ricalca puntualmente la trama olfattiva con la frutta matura sempre in primo piano, ben definita, e sullo sfondo le “solite” tonalità erbacee e minerali.
Circa 500 bottiglie di questo millesimo hanno lo stesso tappo sintetico utilizzato per il “Derthona”.

"Sterpi" 2006
Si rivelerà il più “snello” tra i vini degustati. E pure quello con il colore più brillante. Il clima fresco dell’annata ha richiesto una macerazione sulle bucce leggermente più lunga. Le sensazioni idrocarburiche ed erbacee prevalgono sulle note fruttate che sono più soffuse, sì, ma non meno affascinanti. Al palato è meno morbido del precedente millesimo, complice il grado alcolico inferiore – e non di poco (14.1%) – persino rispetto al “Derthona" 2008. Di contro, il sorso è più salino e minerale, più teso, comunque fedele all’impronta olfattiva, anche nella persistenza finale.

"Sterpi" 2005
Il colore è poco meno intenso e pure meno brillante. L’impatto olfattivo è potente e ti travolge: pera, cherosene a go go, note erbacee e minerali. In bocca è caldo, sinuoso e ancor più salino, evoca ricordi di erbe e di frutta matura. Più deciso l’accento erbaceo, con una bella nota di mentuccia in primo piano che si fonde in bocca con una traccia quasi dolciastra di frutta e con i sentori di miele e di idrocarburi che ravvivano la beva e gli conferiscono un carattere più brioso.

"Sterpi" 2004
Dopo la parentesi del 2005, il colore rinviene su tonalità più intense. Le note di frutta sono avvolte da profumi idrocarburici, minerali ed erbacei in crescendo con l’ossigenazione. Oltre ad essere il più vigoroso al naso è anche il più costante per intensità dei profumi. La persistenza finale è da moviola, il sorso è denso, grintoso e scattante, poco meno caldo del 2007 e del 2005, sempre in tensione grazie a una mineralità spiccata che diluisce il frutto in un quadro di grande naturalezza espressiva.

"Costa del Vento" 2003
È il cru più famoso di Walter, quello con cui ha fatto conoscere urbi et orbi il timorasso. Il primo naso è più misurato, un po’ chiuso. Ma è forse proprio questo il marchio a fuoco del terroir di provenienza, la splendida vigna su suoli argilloso-calcarei di cui fa suo il nome. Quasi apatico all’inizio, impenetrabile. Lo aspetti finché comincia ad esprimersi con calde nuances di cera d’api, di cedro candito e di erbe aromatiche introducono il sorso che è grintoso, pieno, grasso. Di innata eleganza nonostante le difficoltà di un’annata – la 2003 – particolarmente calda.

giovedì 11 febbraio 2010

Verticale di Barbaresco "Noemy" dell'azienda agricola Vigin

Un imprevisto e un aperitivo che salta all’ultimo momento. Serata da riorganizzare. Un flash. Caspita, ma non era oggi quella verticale di Barbaresco?! Una telefonata a Giuseppe Sonzogni (nella foto) e poi via, in auto, verso la sua Enoteca Vintage a Cesano Maderno. Mezz’ora di strada e sono da lui, in Brianza. Il primo ad arrivare, alle 21 si comincia. 16 dicembre.

Un’unica azienda, piccola, non più di 35000 bottiglie complessive, quattro bottiglie, una sola etichetta; ‘Noemy’, una dedica di Davide Viglino alla moglie. L’azienda si trova a Treiso, il primo Barbaresco è quello della vendemmia 2003; le poche bottiglie prodotte nel 2002 non sono state messe in commercio. I vigneti sono a circa 400 metri di altitudine, su terreni prevalentemente argillosi e morenici. Sei ettari di proprietà, un cru - il Montersino - che sarà sullo scaffale a partire dall’annata 2008, appena 1500 bottiglie, boccia in più boccia in meno. Solo zinco e verderame in vigna, nessuna filtrazione, pressatura soffice e macerazione per circa due settimane in cantina. Resa di circa 65 quintali per ettaro e invecchiamento in botti grandi da 500 ettolitri.

Dicevo, quattro annate. Eccole.

NOEMY 2006 (14.5%)
Rosso rubino, consistente nel calice, non perfettamente pulito (ricordate?! nessuna filtrazione). Non granché intenso l’impatto, arrivano prima i fiori e poi la frutta. Una bella viola in primo piano, si sente la nota eterea e uno sbuffo di canfora. In bocca è secco, bello caldo e con un ingresso abbastanza morbido. Più fresco che sapido, menomale! (penso io), se no il tannino chi lo teneva. Sorso di buone sensazioni, non lunghissimo il finale ma intenso, pulito e asciutto con ritorni di cacao e sottobosco. Abbastanza equilibrato e armonico.

NOEMY 2005 (14.5%)
Esame visivo come sopra. Naso più intenso del precedente millesimo. Qui, però, la prima donna è la prugna, poi la viola. Molto elegante, nonostante quella nota eterea un filino più accesa. Interessanti sensazioni di erbaceo e di balsamico. In bocca è secco, caldo mica da ridere pure questo, più morbido. Sorso più denso, ricco, con una chiara impronta di radice di liquirizia e anche più duraturo quanto a persistenza. Il tannino è molto fitto, c’è sempre quella bella dose di freschezza che aiuta e aiuterà pure a tavola. Unico neo, forse, una leggera tendenza amarognola finale. Bella struttura.

NOEMY 2004 (14.5%)
Qualche piccola virata verso sfumature più mature del colore, per il resto come i due precedenti. Poco meno intenso del 2005, ma che eleganza ragazzi! Onnipresente la viola, una nota calda di frutta in confettura, lampone e menta selvatica, un chiaro accento minerale, figlio del territorio (il più alto della zona di produzione del Barbaresco). E in più, finale lungo e coerente con le sensazioni olfattive, senza l’amarognolo. Armonico.

NOEMY 2003 (14.5%)
Colore più fitto, più caldo, come ci si attenderebbe ripensando all’andamento dell’annata. Naso più fruttato, molto intenso, di marasca e ciliegia sotto spirito, una viola un po’ appassita e una speziatura di chiodi di garofano, decise percezioni di etereo su uno sfondo vegetale e balsamico. Sorso apparentemente più caldo dovuto a una freschezza più sfumata, morbido. Finale discretamente lungo, di fiori appassiti e liquirizia soprattutto. Tannino vigoroso. Annata già pronta, direi, di quelle che non aspetterei molto prima di portarla in tavola.

Il prezzo? Poco più di 20 euro a bottiglia, 2 happy hour e ½ nella città della madunina. Che dite, avrò rimpianto l’aperitivo?!

martedì 29 dicembre 2009

Verticale “Produttori del Barbaresco”

La verticale dello scorso 15 dicembre ha chiuso il 2009 della delegazione ONAV di Milano, regalando – è proprio il caso di dirlo - ai numerosi appassionati e soci presenti un interessante momento di approfondimento sul vino Barbaresco che - come giustamente ricordato ad inizio serata dal delegato provinciale Vito Intini - si è da tempo scrollato di dosso l’etichetta ingenerosa di “fratello minore del Barolo” conquistando, anzi, un ruolo di primo piano sulla scena enologica nazionale ed internazionale.
La zona di produzione individuata dal disciplinare comprende il comune omonimo, quelli vicini di Neive e Treiso, più la frazione di San Rocco Seno D’Elvio del Comune di Alba, tutti in provincia di Cuneo. Se nel Comune di Barbaresco non raggiungono i 300 metri e a San Rocco non superano i 180 metri d‘altezza, i vigneti di Neive sono situati a 320 metri e quelli di Treiso a 400. Con sostanziali differenze dei vini prodotti che a Barbaresco mostrano – generalmente – maggiori complessità aromatica ed eleganza, a Neive maggiori equilibrio e dolcezza d’espressione e a Treiso una spiccata componente terrosa unità a vigoria, mineralità e tannicità.
Presente anch’egli alla serata, l’enologo Aldo Vacca – un passato a bottega da Gaja - ha ripercorso le tappe storiche della Produttori: “negli anni ’50 il territorio di Barbaresco era molto arretrato rispetto, ad esempio, a Barolo. La famiglia Gaja era pressoché sola in un momento particolare per l’intero mondo del vino italiano; soltanto agli inizi degli anni ’80 sono comparse nuove realtà produttive”.
Il 1958 è l’anno di fondazione della Produttori del Barbaresco, “la prima cantina sociale ad aver intrapreso un discorso basato sulla qualità”, obbligando i soci (sono 56 i conferitori attuali) ad “allevare soltanto nebbiolo e a portare in cantina tutte le uve prodotte, promuovendo un sistema di remunerazione che valorizzasse quelle di maggiore qualità”. “Gaja ha fatto conoscere il Barbaresco nel mondo, i Produttori del Barbaresco l’hanno fatto bere”. E, in effetti, i prezzi sono di molto inferiori: €16 per il prodotto “base”, tradizionale blend di uve nebbiolo provenienti da diversi vigneti, €25 per i crus (prezzi franco cantina).
I crus della Produttori (i primi 5 sono usciti sul mercato nel 1997) sono 9 attualmente (Asili, Moccagatta, Montefico, Montestefano, Ovello, Pajè, Pora, Rabajà e Rio Sordo) e vengono prodotti soltanto nelle annate favorevoli (niente riserve nel 2002 e 2003). Ma se di fatto erano ben note e già ampiamente utilizzate in etichetta, soltanto nel febbraio del 2007 le “menzioni geografiche aggiuntive” sono state mappate e recepite ufficialmente nel disciplinare. Alle 65 già riconosciute se ne aggiungerà presto un’altra: la menzione Ronchi del comune di Barbaresco; anche se, in realtà, ce ne sarebbero altre 6 che, tuttavia, non sono state inserite nel Disciplinare perché mai utilizzate sinora da nessuna azienda.
“I crus esprimono una maggiore complessità dovuta alla particolarità del singolo terroir”. Nello stesso Comune di Barbaresco “si possono individuare due crinali: uno che percorre la zona centrale del territorio comunale, dal fiume Tanaro verso est, lungo cui troviamo i vigneti Pora, Asili, Martinenga e Rabajà, dove i terreni sono più sciolti e fertili, i vini – di conseguenza - meno tannici e, generalmente, più eleganti; l’altro che va da sud-ovest a nord-est, lungo il quale troviamo i vigneti Niccolini, Rio Sordo, Martinenga, Asili, Rabajà-Bas, Paiè, Cole, Montestefano, Montefico e Ovello, dove i terreni sono più calcarei e i vini – di conseguenza - più tannici e minerali. Montestefano e Montefico, in particolare, sono ‘vigneti gemelli’, perché entrambi ripiegano lungo dei piccoli crinali laterali con esposizione a sud, sud-est”.
Dopo l’assaggio del Barbaresco 2005 (circa 250000 bottiglie prodotte dopo 20 mesi di invecchiamento in botte, in vendita dall’autunno del 3°anno successivo alla vendemmia), la serata è continuata con la degustazione di 6 annate della Riserva Montestefano, uno dei crus più famosi, menzionato per la prima volta già in alcuni documenti del 1878: invecchiamento complessivo di 4 anni, 3 anni in botte di cui il primo in botti da 25 hl, il secondo e il terzo in botti da 50 e 75 hl, tutte di rovere di slavonia, vendita en primeur come accade in Francia.
Una verticale eccezionale tenuto conto che i vini proposti – fatta eccezione per il Barbaresco 2005 (attualmente in vendita) e per il Barbaresco Riserva Montestefano 2005 (in commercio dal febbraio del prossimo anno) - sono già tutti esauriti.
BARBARESCO 2005, 14%.
Colore rosso rubino di buona luminosità. Naso intenso ed etereo che si presenta con toni di viola mammola, ciliegia, lampone e, sullo sfondo, sentori balsamici e vegetali. Dopo la prima rotazione, il vino evolve in una nota speziata di chiodi di garofano e in un leggero ricordo di talco. Profumi eleganti come pure il sorso che è secco, intenso, caldo e abbastanza morbido. Il tannino è diluito da un’ottima dose di freschezza e da un buon corredo di sapidità. Abbastanza equilibrato, la persistenza finale è apprezzabile, viene fuori la grande potenza del frutto e una piacevole aromaticità di cacao.
Aldo Vacca: “un’annata interessante, forse meno chiacchierata delle precedenti e caratterizzata da una potenza che ricorda per certi versi quella dell’annata 1999. Dopo un’estate non caldissima, al momento della vendemmia l’uva era matura, ricca di acidità anche se le gradazioni alcoliche non erano molto alte. La raccolta fu ultimata velocemente (in soli 8 giorni) nell’ultima settimana di settembre, date le piogge del giorno 10 e del giorno 20 dello stesso mese. Sembrava si fosse solo evitato il peggio; invece i risultati di questo breve periodo di affinamento sembrano essere incoraggianti”.
BARBARESCO “MONTESTEFANO” RISERVA 2005, 14% (14.2%), anteprima.
Imbottigliato a marzo del 2009. Colore leggermente più intenso ma sempre dalle tonalità tipiche del nebbiolo. Naso meno irruento ma ben più elegante, più floreale (rosa e viola mammola) che fruttato (fragoline di bosco e lampone), selvatico, speziato (noce moscata). Le sensazioni eteree e balsamiche, specialmente iniziali, conferiscono un’importante complessità olfattiva al bouquet dei profumi in cui si distinguono anche note di conifera, di viola e di prugna. L’ingresso al palato è più morbido del precedente millesimo, il sorso è secco e caldo. Tannino fitto ma ben levigato, con un finale di frutta e liquirizia di buona intensità e persistenza.
Aldo Vacca: “Al momento della raccolta le uve del vigneto Montestefano avevano raggiunto una maggiore maturità ma avevano meno acidità. Annata – come detto - possente, tannini fitti, frutto carico e cupo. Persistenza terrosa”.
BARBARESCO "MONTESTEFANO" RISERVA 2004, 14% (13.8%).
Colore sempre rubino. Naso abbastanza intenso a sfondo erbaceo e minerale, con una chiara impronta floreale e una leggera prevalenza del frutto. Ciliegia e lampone in confettura, vaniglia, ginepro, chiodi di garofano, terriccio, gesso e una nota quasi rugginosa. Sorso secco e abbastanza fresco, più vigoroso del 2005, l’ingresso è morbido. Il tannino è più forte ma nemmeno lontanamente ruvido. Prevalgono profumazioni più dolci, di grande eleganza; persistenza terrosa e balsamica.
Aldo Vacca: “Annata meno esuberante nel frutto. Un’estate piuttosto fresca e più uva in vigna rispetto al 2005. Durante l’estate, effettuato un diradamento intenso. Ad inizio settembre l’uva non era molto matura, poi le giornate calde, il cielo limpido e le notti fresche hanno permesso di vendemmiare nella seconda e terza settimana di ottobre (15 giorni più tardi che nel 2005)”.
BARBARESCO "MONTESTEFANO" RISERVA 2001, 14%.
Il colore svolta verso l’aranciato. Naso molto minerale con una particolare nota ferrosa, impatto olfattivo abbastanza intenso e molto elegante. Frutta surmatura, viola appassita, pepe, chiodi di garofano, felce, canfora e sensazioni eteree. Dopo la rotazione vengono fuori sentori di grafite, tabacco, cacao, cuoio e sul finire il frutto, un frutto cupo (prugna). In bocca è potente, di lunghissima persistenza gusto-olfattiva, con un tannino serrato stemperato ancora da una certa freschezza. Di grande aromaticità, ha raggiunto un ottimo equilibrio, austero; e tutto lascia presagire un futuro di grande evoluzione.
Aldo Vacca: “Annata forse più complessa e robusta, più strutturata e potente della 2004 e della 2005 che, invece, sono più ‘snelle’. L’uva era ricca dopo un decorso stagionale eccezionale. Vendemmia tardiva celebrata ad inizio ottobre dopo una calda”.
BARBARESCO "MONTESTEFANO" RISERVA 1999, 13.5%.
Colore rosso rubino, quasi aranciato. Non particolarmente intensi i profumi ma straordinariamente eleganti e complessi. China e tabacco all’inizio, poi ciliegia sotto spirito, marasca e prugna in confettura, radice di liquirizia, sentori minerali e vegetali, pepe nero e chiodi di garofano. A dieci anni dalla vendemmia mostra ancora un’ottima freschezza che diluisce un tannino molto fitto. L’impatto al palato è morbido, con forti sensazioni pseudo-caloriche. Sorso ricco in cui il frutto mostra tutta la sua potenza. Grandissima coerenza espressiva tra naso e bocca. L’eleganza ha un timbro simile al millesimo 2001 con un finale balsamico di frutta surmatura e fiori appassiti.
Aldo Vacca: “Vendemmia cominciata il 10 e protrattasi fino all’ultima settimana di ottobre. L’uva è maturata d’autunno e non d’estate, quindi presentava maggiore acidità e tannini più vigorosi. Annata straordinaria forse perché anomala: una grandinata a inizio giugno, infatti, aveva fatto cadere gli acini verdi non ingrossatisi tanto che non c’era poi stato bisogno del diradamento estivo. Estate fresca e splendido autunno, con vendemmia a ottobre inoltrato. Meno corpo, profumi intensi. Il tannino era decisamente evidente tanto da essere valutato come squilibrato, almeno inizialmente. Il rapporto buccia/succo era altissimo. La pompa quasi aveva difficoltà a completare i rimontaggi visto che c’era molta buccia spessa e poca polpa, -30% produzione, meno vino e poca resa”.
BARBARESCO "MONTESTEFANO" RISERVA 1997, 14%.
Colore meno luminoso del precedente ma sempre sulle tonalità del rosso rubino con sfumature aranciate. L’impatto olfattivo è suadente e molto elegante giocato su note dolci di frutta in confettura, fiori appassiti e noce moscata. Dopo la rotazione compaiono sentori balsamici e minerali, di marasca e di mostarda, poi ancora odori fungini e di sottobosco, curry e tabacco. In bocca è caldo e potente con un tannino maturo, molto rotondo grazie all’acidità ancora viva nonostante gli anni d’invecchiamento. Si concede più facilmente del millesimo precedente e regala forti persistenze in coerenza con le percezioni odorose.
Aldo Vacca: “Annata caratterizzata da un’estate calda e da una vendemmia precoce. Tannini facili e vini più morbidi”.
BARBARESCO "MONTESTEFANO" RISERVA 1996, 14%, MAGNUM.
Bel colore aranciato. Il bouquet dei profumi è molto ampio, l’impatto è intenso. Sullo sfondo il frutto, poi tabacco, radice di liquirizia, curry, legno di sandalo, china, goudron, arancia candita e chiodi di garofano. Gli anni che ha non li dimostra affatto. In bocca entra discreto ma è vigoroso; la freschezza è inaspettatamente ancora viva, il tannino è davvero potente ma perfettamente arrotondato. Ha tutto: equilibrio, potenza e eleganza. E ottime possibilità di ulteriore invecchiamento. Allungo finale da cavallo di razza con persistenza di sottobosco e di aromi balsamici.
Aldo Vacca: “Annata simile al 1999, più fresca, con vini più acidi, più tannici e più crudi. Ha anche meno frutto ed è stata meno asciutta rispetto al ‘99. Un’annata che all’inizio non era stata capita. Potente, maturazione lenta e vendemmia tardiva, con un tannino che sembrava essere ‘verde’ e che oggi, invece, sembra essere stato ben digerito”.

giovedì 10 dicembre 2009

Le nuove annate dei Timorasso de "La Colombera"

di Daniele Vitali
Bella giornata quella del 7 dicembre 2009, trascorsa all’azienda agricola La Colombera a Vho di Tortona (AL) per la presentazione delle nuove annate di timorasso: il "Derthona" 2008 e "Il Montino" Riserva 2007.
Complice anche l’avvicinarsi delle feste la cantina era addobbata in ogni suo angolo, e presenti qua e la cesti e pacchi regalo con i prodotti dell’azienda. Al nostro arrivo era già tutto pronto, anche per la degustazione verticale delle annate precedenti di timorasso, oltre che dei vini rossi.
Il timorasso, vitigno autoctono dei colli Tortonesi, è abbastanza di difficile gestione, poiché soggetto a marciume. Nel corso degli anni è stato via via abbandonato, come purtroppo accade in molti altri casi. Fortunatamente, però, da un decennio è stato riscoperto, e La Colombera è una delle aziende che ha voluto fare un discorso incentrato sulla qualità. Bassa resa, tra 40 e 60 quintali per ettaro, vendemmia precoce intorno al 20 settembre (per prevenire la comparsa di marciume), vinificazione in acciaio a bassa temperatura (6/8°C) e permanenza sulle fecce fino all’estate successiva. Sono state coltivate uve di timorasso in cinque differenti vigne: "Tincina", "La Colombera", "Romba", "Bricco" e "Montino".
Nei primi anni (diciamo sperimentali) le uve hanno dato origine a cinque vini, valutati singolarmente, ma poi assemblati per dare origine ad una sola etichetta: "Derthona". Dalla vendemmia 2006, in base ai risultati degli anni precedenti, è stato scelto di differenziare il vino prodotto dalla vigna "Montino", facendolo però uscire sul mercato un anno più tardi, con la dicitura riserva. E’ nata quindi una nuova etichetta.
I vini in degustazione erano:
"DERTHONA" 2008
Colore paglierino scarico, molto luminoso, naso intenso di fiori bianchi, frutta e mineralità. In bocca splendida acidità e sapidità. Buon equilibrio. Finale lungo. 83 punti
"IL MONTINO" Riserva 2007
Colore paglierino un po’ più carico del precedente, sempre molto luminoso, naso leggermente più intenso e fine. Sempre fiori bianchi, frutta, cenni minerali e lievi sentori eterei. In bocca sempre spiccata acidità, con mineralità e sapidità ben presenti anche se con meno impatto. Buona morbidezza ed equilibrio, finale lungo. 85 punti
"DERTHONA" 2007
Colore paglierino che tende a virare verso il dorato, sempre molto luminoso. Naso intenso e complesso, fiori e frutta matura, idrocarburi e un vago sentore di tartufo. In bocca sempre ottima acidità, un po’ meno presente la mineralità. Finale lungo. 85 punti
"IL MONTINO" Riserva 2006
Colore dorato, molto intenso e luminoso. Naso intenso, anche se non molto fine. Spicca la parte floreale, più defilata la parte fruttata. Note di tartufo ben evidenti. In bocca spiccata acidità, sapidità e mineralista meno impattanti. Finale lungo. 87 punti
"DERTHONA" 2006
Colore dorato molto luminoso, naso intenso ma un po’ meno fine ed elegante. Frutta matura, fiori bianche ed erbe aromatiche. In bocca sempre ottima acidità, ma un po’ più scivoloso, anche se con buona mineralità. Solito finale lungo. 83 punti
"DERTHONA" 2005
Solito colore dorato molto luminoso, naso intenso ma poco complesso. Sentori di frutta cotta, miele e camomilla. In bocca buona acidità ma nulla più. Buon finale. Impressione di un vino un po’ arrivato. 78 punti.
"DERTHONA" 2004
Bottiglia magnum, colore dorato intenso, sempre molto luminoso. Naso intenso ma un po’ limitato in complessità.. Sentori di fiori e frutta cotta. In bocca buona acidità e poco altro. Pecca un po’ in eleganza. Buon finale. 77 punti.
"DERTHONA" 2001
Colore paglierino scarico, molto luminoso. Naso intenso ma poco complesso. Note decisamente eteree, anche se presenti le solite note fruttate e floreali. In bocca buon impatto, spiccata acidità e buon equilibrio. Un vino ancora fresco ed elegante. Finale medio lungo. 82 punti
"DERTHONA" 2000
Colore paglierino carico, molto luminoso. Naso intenso ma non m olto complesso, una punta di etereo ma su tutto note fruttate. In bocca buon equilibrio, con morbidezza ed acidità che si equivalgono. Finale medio lungo. 81 punti.
Oltre alla carrellata di timorasso, c’erano in degustazione anche i vini rossi prodotti dall’azienda, e più precisamente:
"VEGIA RAMPANA" 2007
Barbera in purezza affinata in acciaio. Colore porpora tendente al rubino, naso intenso ma non molto pulito, note di lampone e frutti rossi in genere, con una punta di speziatura. In bocca impatto discreto, buona acidità ed equilibrio. Finale medio. 78 punti.
"SUCIAJA" 2005
Nibiò in purezza (famiglia del dolcetto), affinato in barrique di 2° e 3° passaggio. Colore rubino intenso, naso intrigante, intenso e complesso, su tutto note erbacee e frutta matura. In bocca molto impattante, buon equilibrio, spiccata morbidezza e tannino smussato anche se ben presente. Finale medio. 82 punti.
"ELISA" 2005
Barbera in purezza affinato in barrique di 1° e 2° passaggio. Colore rubino con l’unghia che tende a virare verso il granato, naso intenso e legno molto ben integrato. Morbido in bocca, tannino presente anche se smussato. Speziatura evidente. Buon equilibrio, finale medio lungo. Elegante. 83 punti.
"ARCHE’" 2005
Croatina in purezza affinato in tonneaux. Colore rubino, naso intenso ma non molto complesso. Note di frutti rossi, fiori appassiti e note selvatiche. L’evoluzione al naso è smentita in bocca, con acidità e tannino ben presenti. Finale medio lungo. 80 punti.
A far da contorno al banco assaggio, il tavolo dei salumi seguito da Piercarlo Semino in persona. Su tutto il salame cotto, prodotto con il lardo e la carne vicina all’osso. Insaccato e fatto stagionare per 20 giorni, viene poi bollito e lasciato raffreddare a bagno nel brodo di bollitura. Una prelibatezza. All’ora di pranzo il sig. Giancarlo ha servito la Farinata, specialità locale prodotta con farina di ceci macinata a pietra. Altra prelibatezza. Presente anche Luca Montaldo, produttore ed affinatore di formaggi, che con i suoi prodotti ha deliziato il palato degli ospiti.

giovedì 26 novembre 2009

Verticale di Amarone della Valpolicella "Campo dei Tìtari", azienda agricola Brunelli

Un’altra serata emozionante, quella dello scorso 9 novembre all’ YN Vineria della Rinascente a Milano, che ha visto come protagonista l’Amarone della Valpolicella. Qualche faccia conosciuta, qualche volto nuovo per me, in tutto una quindicina di persone e posti disponibili esauriti in pochi giorni. In cabina di regia, Camillo Dehò, che ha aperto la serata con due parole sull’azienda e sui vini in degustazione.
1936: è l’anno di fondazione. L’azienda, oggi condotta dall’enologo Luigi Brunelli e dalla moglie Luciana, è situata a San Pietro in Cariano (paese che deve il suo nome alla famiglia romana Cariae), nel cuore della Valpolicella Classica. I vigneti di proprietà si estendono oggi per circa 10 ettari e la produzione complessiva si attesta intorno alle 100mila bottiglie l’anno.
6: le annate in degustazione della riserva “Campo dei Tìtari”, non più di 4000 bottiglie prodotte soltanto in annate particolari e ottenute con una cuvée diversa da quella tradizionale, che prevede un 10% di sangiovese in aggiunta a corvina e rondinella (rispettivamente al 60 e 30 per cento). I grappoli, raccolti a mano, vengono fatti appassire in fruttai a temperatura e umidità controllate fino a perdere il 40% circa del peso iniziale. Dopo la pigiatura, la fermentazione avviene a basse temperature per circa 40 giorni; seguono la maturazione in barriques nuove per 36 mesi e, dopo l’imbottigliamento, l’affinamento per altri 8 mesi prima della messa in commercio.
Dicevo, sei annate. Ve le ripropongo così, come le ho viste io, in tre mini batterie che sarebbe stato difficile pronosticare all’inizio: 2004/2003, 2001/1996 e 2000/1997.
2004: la trama del colore rosso rubino mostra un bel gioco di trasparenze. La “zaffata” iniziale è forte, i profumi sono complessi e molto eleganti: cioccolato, a seguire frutta rossa (ciliegia), noce moscata, in chiusura fiori rossi ed erbe officinali. Il sorso è secco; l’ingresso al palato è piuttosto morbido, merito anche dell’importante nota alcolica che poi è il tratto comune di tutti i vini in degustazione. Il tannino lavora “in sordina” ed è diluito dalla discreta sapidità e, soprattutto, dalla freschezza. Il gusto è intenso, chiude con un lungo ed elegante finale di frutta, fiori e, soprattutto, cioccolato.
2003: la tonalità del colore è pressoché la stessa del precedente millesimo. L’impatto olfattivo sembra essere un po’ più intenso ma è forse meno durevole. La maggiore pungenza dell’alcool, figlia di un’annata torrida, non lo penalizza in termini di eleganza. Un’eleganza che è però diversa, più spostata verso il tostato, la confettura di amarena e le spezie forti, il rabarbaro e il caffè, la viola appassita. Come era lecito attendersi, in bocca è più caldo e anche più tannico. La freschezza è sensibilmente inferiore e anche per questo l’ingresso al palato sembra essere più morbido. Il finale è pieno anche se, forse, non ha la stessa eleganza del fratellino minore.
2001: il colore vira verso sfumature più mature di rosso rubino, sempre caratterizzate da una buona luminosità. Quanto a intensità dei profumi, non c’è storia con i due precedenti millesimi, ai quali si lascia preferire anche per maggiori complessità ed eleganza. Ha una marcia in più; è quella nota balsamica sullo sfondo che fa la differenza e arricchisce ulteriormente un bouquet prezioso, in cui si intrecciamo ricordi di amarena e fiori rossi, di cioccolato e spezie, che ritornano puntualmente al palato. In bocca mostra una straordinaria coerenza espressiva. Il gusto secco ha morbidezza e potenza, è forse quello che più ricorda la fierezza del cavallo padronale da cui prende il nome. Persistenza lunga di frutta e fiori, afflati balsamici e una lieve nota tostata.
1996: gli anni dichiarati in etichetta non li dimostra, almeno stando al colore che è un intenso rosso rubino. Se si presta attenzione ai residui nel bicchiere, invece, ci si accorge che qualche annetto sulle spalle ce l’ha eccome. Il bigliettino da visita all’olfatto è forse il più intrigante e si esprime inizialmente su note di china e su numerose sfumature di cioccolato. Il naso è intenso e di buona complessità, ma come poi il 2000 forse il meno elegante: lampone, ribes rosso e poi, soprattutto, spezie. Deciso l’impatto, secco e morbido; il tannino è rotondo, la persistenza aromatica è intensa e incentrata sul susseguirsi dei sentori balsamici e vegetali, di cioccolato e di frutta rossa.
2000: anche in quest’annata, la scarsa luminosità del colore (rosso rubino con riflessi granati) sembrerebbe preannunciare uno stato di forma non proprio smagliante. Ipotesi che parrebbe essere confermata anche dalla minore eleganza di un bouquet sempre e comunque di grande impatto ma penalizzato forse dall’eterna alcolicità e da una lieve ossidazione. In bocca, invece, sorprende per naturalezza, ribalta il pronostico e si esprime a ottimi livelli; ricompaiono puntualmente le sensazioni di confettura di frutta rossa molto matura, di cioccolato e di vegetale, sullo sfondo la lieve ossidazione dell’olfatto. Il sorso denota una buona morbidezza e giova dell’apporto rinfrescante di acidità e sapidità.
1997: il colore è rosso granato ma è un po’ spento; qualche residuo nel bicchiere, nella norma considerando l’età anagrafica. Non particolarmente intensi i profumi ma discretamente eleganti. Frutta rossa matura, terriccio, sottobosco, mallo di noce; le note balsamiche e vegetali completano il bouquet. Al palato è secco, mostra il nerbo e la potenza del tannino, ben diluito dalla buona freschezza del sorso. La persistenza è apprezzabile, sulle stesse frequenze dell’analisi olfattiva, con espliciti richiami ai toni cioccolatosi e balsamici.
Molto suggestivo e curato l’abbinamento proposto da Camillo ed eseguito dallo chef Luca Seveso del Maio Restaurant (vai al sito), uno stufato di asino alla corvina veronese e polenta che io ho sinceramente preferito con i vini della batteria centrale.
Certo non eravamo davanti al solito Amarone iperconcentrato e pompato (anche se il prezzo è quello che è, almeno 50 euro a bottiglia). Rimangono, però, le mie perplessità in generale sulla piacevolezza e sulle difficoltà di abbinamento a tavola del vino di punta della “valle delle molte cantine” (questo il significato del termine di origini latine “Valpolicella”). Sarà che le delusioni passate mi hanno fatto riflettere sulla crisi d’identità di un vino che è in molti casi sempre più “costruito” per assecondare le mode d’oltreoceano. Sarà che nel corso della recente visita in terra di Valpolicella ho potuto vedere con i miei occhi che “ormai hanno piantato amarone ovunque” (e scusate l’inesattezza della frase, ma è per capirci…). Fatto è che l’Amarone (in odore di riconoscimento della denominazione di origine controllata e garantita) è oggi, a mio avviso, un vino sopravvalutato, più “caro che raro”, benché sia proprio quello l’Amarone che si propongono di difendere le dieci “Famiglie dell’Amarone d’Arte”. Detto che, comunque, non è sicuramente positiva l’attuale “spirale suicida di prezzi al ribasso” di cui ha parlato anche Franco Ziliani sul suo blog “Vino al Vino” (leggi).
Scusate: ma è forse troppo chiederne uno “buono, raro e, magari, nemmeno tanto caro”?!

lunedì 2 novembre 2009

Il Gavi di La Giustiniana

Il Gavi: bianco piemontese a denominazione di origine controllata e garantita, ottenuta a partire da uve cortese. No malolattica, no legno, acidità sopra le righe ed eleganza da vendere.
Non potevo non raccontarvi la splendida verticale tenutasi a Roma nello scorso mese di ottobre. Prova ulteriore che "i grandi bianchi migliorano invecchiando".
Ne ho parlato qui, sul sito di Luciano Pignataro che ringrazio per l'ospitalità.
Vi segnalo anche l'interessantissimo articolo di Kyle Phillips (in inglese).
Salute!

venerdì 25 settembre 2009

Vertical di Sfursat e Sfursat 5 stelle di Nino Negri

Il racconto di una serata affascinante (a cui ho dovuto rinunciare all'ultimo, mannagg'!!) raccontata da Daniele Vitali, sommelier, fresco di designazione nel panel di degustazione della guida Viniplus 2010 di AIS Lombardia.

di Daniele Vitali

Si è svolta lo scorso 22 settembre, presso le cantine Nino Negri di Chiuro (SO), una grande serata all’insegna del buon bere, ottimamente organizzata e gestita dalla delegazione AIS di Sondrio, in collaborazione con l’azienda.
Presenti Casimiro Maule, direttore della Negri, nonché “inventore” del 5 stelle, Natale Contini, delegato AIS Sondrio, Davide Bonassi, responsabile degustatori dell’AIS Lombardia. A condurre la degustazione il noto sommelier bresciano Nicola Bonera, oramai un habitué degli eventi enologici in Valtellina. In programma una degustazione verticale di ben 9 annate di Sfursat, con vendemmie comprese tra il 1996 e il 2006, degustato quest’ultimo in anteprima e spillato direttamente dalla barrique, dove ancora riposa.
Ad inizio serata Maule ha fatto gli onori di casa, e successivamente, dall’alto dei quattro decenni trascorsi nelle vigne Valtellinesi, ha raccontato un po’ di storia di vino, vitigni, viticoltori e quant’altro, e di come, nei primi anni 80, ha per così dire “inventato” lo sforzato 5 stelle, un vino all’epoca innovativo, per cercare di risollevare la produzione di vino in Valtellina e dare una svolta passando dalla quantità alla qualità. Oggi, 27 vendemmie dopo, possiamo tranquillamente affermare che Casimiro ci ha visto giusto!
Prima di quel momento, sia chiaro, lo sforzato si produceva già, ma con una tecnica tradizionale, peraltro ancora oggi in uso con ottimi risultati. La vendemmia avviene quando l’uva ha raggiunto un grado zuccherino compreso tra 17.5 e 18.5. Macerazione piuttosto lunga (circa 25 giorni), con fermentazione ad una temperatura di 22°/25°, e successivo invecchiamento in botti da 80 hl in rovere di Slavonia. Nel corso degli anni si è poi preferito l’uso di botti un po’ più piccole, da 50 hl di rovere francese. Per quanto riguarda il 5 stelle, decisamente la musica cambia: macerazione più breve (10/12 giorni), temperatura di fermentazione di circa 30° ed invecchiamento in barrique nuove di rovere francese.
E' stata volutamente tralasciata la valutazione visiva (a parte uno leggermente spento, tutti gli altri 8 si mostravano eccellenti), lasciando spazio agli altri fattori. I primi vini assaggiati sono stati due tradizionali, del 1997 e del 2001. Più evoluto il primo, ma volendo fare un paragone, forse leggermente superiore il secondo. Da qui in avanti sette annate non consecutive di 5 stelle. Il 1996 è appunto stato l’unico a mostrare un colore un po’ spento, non proprio luminoso. Anche il naso è un po’ seduto, in bocca non proprio perfetto, tannini evoluti e discreta morbidezza. Il 1998, buon naso, intenso ed elegante. Anche in bocca, nonostante i tannini ancora un po’ ruvidi, si è dimostrato un bel vino. Il 1999 naso interessante, con note alcoliche evidenti e sentori di frutti rossi concentrati ed erbe alpine. Un classicissimo Nebbiolo di montagna, molto fine. In bocca entrata intensa, morbidezza avvolgente, ancora freschissimo, fine ed equilibrato. A mio parere il miglior vino della serata. Il 2002, naso fine, con sentori vanigliati, di salamoia ed erbe alpine. In bocca rispecchia il ’99, forse i tannini leggermente più verdi. Il 2004, sorprendentemente pronto, nonostante la giovane età. Naso non proprio finissimo, sentori di burro fuso, frutta rossa e spezie. In bocca grande morbidezza, buona freschezza ma la nota più evidente è la grande beva.. Forse è indizio di longevità abbastanza limitata. Il 2005, nonostante abbia solo 12 mesi di meno, mostra di essere ancora un bambino, con un naso in via di definizione, non molto pulito. In bocca buona morbidezza, ma ancora tutto da fare. Al contrario del precedente, la longevità dovrebbe essere un po’ più ampia. Il 2006, non ancora in commercio, è valutabile fino ad un certo punto. Al naso si presenta più come una spremuta d’uva, con sentori di frutti rossi. In bocca si nota un buon equilibrio, ma sarà da valutare tra qualche anno.
A concludere la serata una cena con piatti tipici Valtellinesi, chiaramente in abbinamento con i vini in degustazione.