venerdì 9 luglio 2010

Asolo Prosecco Colfòndo, Bele Casel

Il sottoscritto prosecco mi piace. E pure assai. Di Asolo, intanto. Che è la nuova denominazione adottata con la DOCG al posto di quella che parlava del Montello e dei Colli Asolani, colline a sud di Valdobbiadene.
Mi piace perché é diverso, austero e metallico.


Diverso. Sia chiaro, tra virgolette; diverso da quello che fin ora è stato per me il prosecco. Ignorante come non potrò mai fare a meno di essere non avrei manco immaginato potesse esistere un'intepretazione così, con i lieviti naturali a innescare la rifermentazione in bottiglia, caratterizzando così un prodotto che poco ha a che vedere con quello della Valdobbiadene. Lieviti sul fondo, sur lies o più semplicemente colfòndo; rifermentazione naturale in bottiglia invece che quella solita in autoclave.

Austero. L'ho detto: ha poco dei prosecco che ho conosciuto. Parlo del colore, giallo torbidino e poco lucente, accattivante e misterioso, non esattamente definibile nelle sue sfumature. Parlo della spuma, più copiosa e persistente. Parlo del gusto, secco, deciso, nient'affatto banale. Duro e appagante, con il palato chiamato a fare in fretta il suo dovere onde non poter godere appieno delle belle sfumature agrumate e dell'ammandorlato in chiusura.

Metallico. Ferroso, direi. Sensazione forse accentuata dal dosaggio zero. Bontà anche di un terroir caratterizzato da una massiccia composizione argillosa.

Per questo mi piace il col-fòndo. O meglio col-fòndo-bucato, perché a me la bottiglia è andata via in un battibaleno, quasi senza che me ne accorgessi. E non chiedetemi quanti eurini bisogna sborsare perchè vi risponderei 'esattamente una bottiglia'.
Tanto è costata davvero a me: potenza del #barattowineday (ne ho parlato qui).

giovedì 8 luglio 2010

Doro Princic: friulano e sauvignon

Di Princic è pieno il Friuli e ce ne sono un paio che producono dei #vinidellamadonna. Tra questi, uno che in etichetta si legge Doro ma che, in realtà, si chiama Sandro: bassino e un po' panciuto, mani grandi e folti baffoni grigiastri, uomo di poche parole ma sincero, come i suoi vini (nella foto è con Alessio D'Alberto).


C'era anche lui per la tappa milanese di SuperWhites, l'evento firmato Slow Food che nel 2010 ha spento le prime dieci candeline. Stavolta, però, mancavano la malvasia e il pinot bianco; c'erano "solo" (si fa per dire...) il sauvignon e il friulano. Diversi, eppure gli stessi di sempre per territorialità, coerenza, espressività e naturalezza. Due campioni da vasca, freschi freschi d'annata 2009, con tanto di etichetta fai-da-te che avrebbe scoraggiato persino il più normale tra gli enofighetti che affollavano le sale del Four Seasons.

Il primo chiamatelo come vi pare: friulano o tocai. Tanta roba, anche se - rispetto al sauvignon - era forse quello meno in forma per l'uscita anticipata dalla vasca. Al naso, inizialmente un po' sulle sue; e soprattutto in termini di equilibrio al palato, dove prevaleva quella graffiante acidità che pur gli consentiva di proporsi sempre vivo e brioso. Della serie che quando sarà grande... 

Il sauvignon, invece, le ossa se l'era già fatte: già pronto, meravigliosamente elegante in quelle sue note di pesca bianca e sambuco, nitide, con la discreta salinità a chiudere il cerchio. E fresco, pur con le difficoltà di un'annata che aveva fatto segnare un anticipo di circa 20-25 giorni sulla vendemmia (iniziata subito dopo ferragosto).

Li porti a casa (se ne trovi ancora...) per 12 euro ognuno. Amen.

mercoledì 7 luglio 2010

Aspettando #aglianicodelvulture1... Eleano 2004

Mentre continuano a ritmo serrato le selezioni dei brani per la #compilescion del viaggio che ci condurrà il prossimo 4 agosto in quel di Melfi, ospiti di Sara Carbone, già fremo al solo pensiero di #aglianicodelvulture1.

Primo. Non sono mai stato in Basilicata se non una volta, da piccolo, per un campo estivo ad Acerenza. Detto tra parentesi, mi credete se vi dico che io ancora me lo ricordo il pane di grano duro che facevano lì?! Uno spettacolo!
Secondo. Da quello che si dice in giro già solo la cena in programma il 5 agosto all'Antica Osteria Marconi dello chef Franco Rizzuti varrebbe il viaggio. E poi c'è tutto il resto...
Terzo. Non è per dire ma tra i miei vini del cuore l'aglianico del vulture ci sta che è una bellezza. Sono campano, c'ho il sangue d'aglianico e potrei tessere infinite lodi dei rossi che vi si ottengono dalle mie parti. Eppure per quello del vulture ho sempre avuto un debole, incantato da quell'innata eleganza che lo rende così "diverso" dall'aglianico amaro del Sannio e da quello più minerale e austero di Taurasi, che pure entrambi amo.


Il merito di quest'incontro è tutto di Luciano Pignataro e Mauro Erro che presentarono l'azienda Eleano al Primo Festival Meridionale delle Piccole Vigne celebratosi a Castelvenere nell'agosto scorso; festival che ha avuto poi un seguito nel Vulture nemmeno un paio di mesi fa e proprio da Sara Carbone. Ma io alla seconda tappa non c'ero e non mi rimane che rievocare l'assaggio di un anno fa - fantastico nonostante le temperature tropicali - e quelli che sono venuti dopo. Due, per la precisione. L'Eleano 2004 c'è finito altre due volte sulla mia tavola. E quattro bottiglie della stessa annata giacciono ancora beate nella mia cantina (la speranza è di resistere ancora a lungo prima di tirargli il collo).

Sarà forse solo questione di assonanze ma "Eleano" - che in realtà è una distorsione di “ellenico” - a me ricorda molto il leit motif di tutto l'assaggio: l'eleganza. Il nome del  cru è anche quello dell'azienda (oggi condotta da Rino Grieco, dalla figlia Francesca e da Alfredo Cordisco) che da poco più di dieci anni ha ripreso la coltivazione dei cinque ettari di vigneti in località Pian dell’Altare, a un’altitudine di circa 600 metri sul livello del mare e su terreni vulcanici.

Il naso iniziale di grafite è uno spettacolo: elegantissimi i toni di prugna, cioccolato, pepe nero e quelle note di sottobosco, di rabarbaro e tabacco che promanano dal calice radioso e trasparente d'un rubino piuttosto intenso. E poi, sullo sfondo, quel ricordo di balsamico, quasi mentolato che si insinua timidamente tra le dolci sfumature di spezie. Stesso discorso in bocca dove il sorso è pieno ma non pesante, morbido e sensuale, ancora fresco e con una bella vena sapido-minerale, col tannino che c'è ma è ben calibrato. Da uve sottoposte a macerazione per circa 30 giorni a temperatura controllata di 20-22 gradi. Ventiquattro mesi di tonneau e poi sei/otto mesi in bottiglia.

Ha tutto quello che posso chiedere a un aglianico del vulture: complessità, eleganza, struttura. Cosa volere di più? Berlo ancora, tra qualche tempo, magari ancora con quel fegato di maiale alla brace arrotolato con lardo e qualche fettina di alloro.

martedì 6 luglio 2010

Cose da bere il 7 giugno

Vi segnalo due cosuccie per domani mercoledì 7 luglio.

Dalle 17 alle 20, presso l'Enoteca Bottega dell'Arte e del Vino (via Gustavo Fara nr. 25 - tel. 02/6697596), per il ciclo "La degustazione del mese" sarà possibile assaggiare "Il Rogito" de La Cantina del Notaio, una delle più belle realtà vinicole del Vulture.

Dalle ore 18 alle 22.30, invece, degustazione delle bollicine di franciacorta dell'azienda Il Mosnel presso La Salumeria del Vino (via Raffaello Sanzio nr. 4 - tel. 02/36534945) con il concerto dal vivo del Danaz Jazz Trio.

Mi trovate lì.

lunedì 5 luglio 2010

La mia prima maratona (della birra)

Difficile, anzi difficilissimo parlare di birra per me che non ho mai avuto una seria attrazione nei confronti del mondo brassicolo e che a stento conosco la differenza tra lager e ale, con una netta preferenza per le prime, a bassa fermentazione.

«La birra non si beve, si tracanna»: ancora me le ricordo le parole con cui il buon Gianni Chiodetto si accingeva ad iniziare alla birra quel manipolo di giovani e vecchi aspiranti sommeliers. Parole semplici, immediate, più sensate di quanto non possano sembrare: perchè se la birra si riscalda perde -in gran parte dei casi- molte delle sue caratteristiche, compromettendone l'assaggio.


Mosso dalla speranza di capirci qualcosa, ho pensato bene di tralasciare la teoria e cominciare con la pratica. Per questo ho fatto una puntatina all'Hop, sabato scorso, per quella che si può dire è stata la prima maratona della mia vita. Nessuna corsa, parlo della "maratona della birra" che il noto locale milanese ha organizzato per i primi dieci anni di vita (ne avevo già parlato qui).

Data la pochezza delle mie conoscenze, mi limito giusto a qualche impressione sugli assaggi condivisi con @kiainga, lorenzo e alessia. Tutta birra artigianale, non pastorizzata, senza aggiunta di conservanti e rifermentata in bottiglia. Tra un bicchiere e l'altro, approfittando delle dritte di @tirebouchon, le abbiamo provate quasi tutte...


D'accordo con @kiainga: l'assaggio più emozionante è stato "Porpora", la rossa special del Birrificio Lambrate. Il perchè del nome non è difficile intuirlo dalla foto che vedete sopra: il colore. Bello, porpora appunto, a metà strada tra chiaro e scuro. Pieno il sorso, che apre sul ciliegioso e sui toni caramellati, poi chiude con l'amarognolo, come piace a me.


Amarognolo, come il finale della "Tipopils" del Birrificio Italiano (nella foto sopra, a sinistra): chiara, meno aromatica e -se vogliamo- forse meno complessa rispetto alla "Porpora"; ma come lei una di quelle birre che berresti a fusti tanto è dissetante.


Non proprio nelle mie corde la "Shangri-la"del Birrificio Troll (nella foto sopra è quella di destra), speziata di cannella, una punta esotica e un'altra indiana. L'altra (quella a sinistra) è, invece, la Triplexxx del Birrificio Croce di Malta, più dolciastra come approccio, con un finale agrumato.

Nessuna #lambic. Ma non mancherà tempo...



[Le foto sono tutte di @kiainga]

sabato 3 luglio 2010

Le dieci candeline del birrificio HOP

Per festeggiare i dieci anni di attività, il birrificio HOP di Milano (viale Regina Margherita nr. 4) organizza oggi e domani 4 luglio (orario continuato dalle 15 alle 2) una "maratona" di degustazione di birre artigianali.

Solo e soltanto birre crude e artigianali, naturali (che non subiscono -cioè- processi di pastorizzazione) e senza conservanti, i cui unici ingredienti sono acqua, malto, lieviti, luppoli e -per quanto riguarda le birre in stile belga- anche frutta e spezie. 


Queste sono solo alcune delle birre tracannabili: Lambrate, TipoPils, Black-Mamba, Shangri-La, Febbre Alta, Montestella, Sant'Ambroeus, Salt-in-Malto, Artigian-Ale, Extra-Hop, Jehol, Isaac, SuperBaladin, Ligera, Ghisa, Domm, Panada,Triplex, Nora, Magnus, Acerbus, Magutt. La birra piccola costa € 3.50, la media € 5.00.

Attivo, naturalmente, anche il servizio cucina con panini, piadine, bruschette, piatti unici piatti di wurstel, spezzatino alla Ghisa (birra nera affumicata) e piatti veggy.


 
 
[La foto è tratta da internet]

venerdì 2 luglio 2010

M-Day il 5 luglio

Non so se si siano messi d'accordo, fatto è che il 5 luglio prossimo a Milano si celebra involontariamente il primo M-Day (il nome glielo do' io...).
 
Si comincia con GoWine che presso il Westin Palace Hotel organizza una serata "sotto lo stelle" dedicata ai Moscato d'Italia e del mondo. Dalle 18 alle 22 sarà possibile degustare i moscato delle aziende presenti (vedi dettaglio evento) e una selezione di oltre 50 vini moscato dalla Valle d’Aosta fino all'isola di Pantelleria nonchè da Austria, Francia, Grecia e Spagna (Gelber Muskateller, Muscat d’Alsace, Muscat di Frontignan, Muscat de Beaumes-de-Venise, Moscato di Limnos, Moscato di Samos, Muscat di Segal’s, Moscatel de Setùbal, Moscatel de la Marina.
Costo € 13 (€ 12 per i soci Ais, Fisar, Onav - € 10 per i soci Go Wine).


Si prosegue all'ONAV che presso la sede della delegazione di Milano (via Termopili nr. 12) propone un incontro su "I tanti volti dell'Asti: gli spumanti, il 'tappo raso', ma anche il moscato secco e il passito" con inizio alle ore 21.
Costo € 10 per i soci e € 20 per i non soci.
Per iscriversi clicca qui.
 
 
 
 
[La foto è tratta dal sito di GoWine]